A 33 anni non ho ancora imparato un cazzo.
Una cosa però l’ho capita: mai far dipendere la propria felicità da qualcun altro.

A 33 anni non ho ancora imparato un cazzo.
Una cosa però l’ho capita: mai far dipendere la propria felicità da qualcun altro.
Il cinismo salverà il mondo.
C’è che ognuno ha dentro la sua storia, ed è con quella storia che dobbiamo fare i conti.
Fuori, fuori dalla pelle, fuori dalla testa, fuori dal tempo, tutti sogniamo, almeno una volta, di essere qualcun altro. Di possederne i sogni, le capacità, l’infanzia, il futuro. Quella parte di noi guasta che vorremmo sostituire. Cambiare. Far vivere in un altro modo. Strappare pagine di passato, sostituire fotografie e ricordi.
Che generano inadeguatezza rimpianto, rabbia, rivalsa, dolore.
Perché ognuno di noi ha una storia e una soltanto, tra gli infiniti se stesso che sceglie di vivere.
Sceglie.
Sceglie anche del proprio passato, ogni giorno. Cosa farne, quale posto concedergli, quanto spazio.
Ogni giorno, ora, minuto. Abbiamo a disposizione l’infinito. Anche quando la strada da percorrere è una, e dolorosa, l’anima può reagire libera. Può seguire i piedi che la percorrono, quella strada, può saltare, danzare. Può decidere, in ogni momento, di essere migliore. Di provare, lottare, crescere. Ridere, piangere, pensare. Dare pugni, calci, carezze. Tornare indietro, andare avanti, fermarsi. Parlare, tacere, urlare.
Ogni. Fottuto. Minuto.
In ogni micropezzo di vita si annida una possibilità, un tête-à-tête con la propria coscienza, con le emozioni, con i desideri.
Perché l’unico modo di cacciare i propri rimpianti è vivere, ora, ogni momento, come lo vogliamo davvero. Come il noi stesso che saremmo sempre voluti essere.
Anche nella merda, nella disperazione, nella noia. Alzare il culo dei neuroni e inventare chi saremo.
Quale altro fine ha, l’Uomo, se non inseguire la felicità?
I neutrini viaggiano più veloci della luce.
Questi microcazzilli infinitamente piccoli, che mi piovono addosso a miliardi per volta, mi danno fiducia.
Fiducia nel cambiamento, nel futuro, nel sovvertimento di definizioni date per certe.
E poi, secondo me, questi neutrini hanno a che fare con le emozioni.
Non ero mai stata una secchiona.
Dalla prima elementare alla laurea sono sempre stata in ultima fila, a fare casino e ad accontentarmi del 6. Anche 6 -, se bastava.
Con il master è cambiato tutto, e spesso penso alla secchiona del liceo.
A parte l’esclusione, che va provata per essere compresa, ho capito un’altra cosa di lei. Lei si interessava, partecipava, riusciva. Quello che allora reputavo un’abitudine sfigata, oggi capisco che è solo una grande fortuna. Quella di amare ciò che si fa, quella di sentirsi al proprio posto nel mondo, quella di credere e correre.
Non per farsi belli agli altri, ma per sfida continua con se stessi e per non smettere di mordere la vita, divertendosi.
Ci sono cose per cui aspetti, speri, lotti.
Poi, a un certo punto – semplicemente – non le vuoi più.
Ogni cosa ha un suo tempo, e oltre, dopo, perde senso.
Il ritardo colpisce allo stomaco con violenza. Ricorda. Svilisce.
Quando un desiderio diventa assenza – allora, proprio in quel momento,
va messa la parola fine.
Per lasciare intatti i momenti, per non sporcarli di quotidianità. E delusione.
Ci sono giorni in cui vorrei liberarmi di tutta la me stessa accumulata. Frasi, volti, emozioni, abitudini.
I sogni – quelli no, quelli sono ancora futuro.
In bilico
sulla vertigine -
non farei altro -
che scrivere.
Non ha cominciato un giorno. È sempre stato un istinto. Di sopravvivenza, di protezione. Di fuga, forse. Bisogno fisico di passare inosservata, urlo estremo e soffocato di una timidezza che riesce sempre a mascherarsi di altezzosità, distacco, freddezza. Autocontrollo asfissiante, ma necessario. Percezione chirurgica di sé, del proprio posto nel mondo, degli sguardi altrui.
Sembra una gabbia, ma dentro ci siete voi.
Google ci sta rincoglionendo – dicono.
Invece. Secondo me.
Stiamo imparando a fare le domande giuste. Prima ancora di cercare risposte, di inventarci motivazioni, dobbiamo isolare i nostri bisogni. Riconoscerli. Circoscriverli con parole esatte. Dare un nome alle cose le spoglia. Le rende ridicole, sagge, complesse. Cercando qualcosa di preciso ci perdiamo nella rete delle somiglianze, cogliendo le sfumature e imparandone la ricchezza.
Io scopro mondi simili ai miei, comprendo i miei confini. A volte li espando. Imparo che per ottenere qualcosa, devo prima sapere con chiarezza cosa voglio. E le risposte, le risposte arrivano con un grado di pertinenza fedele alla nostra abilità a chiedere.
A me non sembra poco. Ma forse mi sono rincoglionita.